L'intervista

Ludopatia in aumento: quali le cause e come curare la dipendenza dal gioco d'azzardo

Intervista alla dottoressa Francesca Filannino, psicologa e psicoterapeuta barlettana

Attualità
Margherita venerdì 12 gennaio 2018
di Dora Dibenedetto
La psicologa Francesca Filannino
La psicologa Francesca Filannino © BarlettaLive.it

Ammonta alla considerevole cifra di 5 milioni di euro la cifra spesa dai residenti a Margherita di Savoia nel 2016 per giocare a slot machine, lotterie, gratta e vinci, scommesse, Superenalotto e giochi vari. Il dato è stato rivelato da un'indagine dei quotidiali locali Gedi e del Visual Lab in collaborazione con Dataninja, ottenuta incrociando i dati di popolazione (Istat), reddito (Mef) e raccolta gioco (Aams). Una mappa interattiva "L'Italia delle slot", consente infatti di cercare per ogni comune italiano i dati sulle giocate.

Il fenomeno del gioco in città, come del resto in tutta Italia, è in crescita. Pertanto, secondo l'Indagine, a Barletta è assegnato un valore di virtuosità pari a due (su una scala di cinque). La media delle giocate pro capite è superiore a quella pugliese (603€).

Sulla base di questi dati, seppur contestati in seguito dall’ associazione nazionale Sapar (Servizi Apparecchi per le Pubbliche Attrazioni Ricreative) che mediante una nota stampa sosteneva piuttosto che : “ Fornire agli utenti il dato delle giocate senza considerare il rapporto con le vincite porta a conclusioni erronee col semplice scopo di demonizzare un settore che annovera migliaia di lavoratori onesti.” abbiamo raggiunto la dottoressa Francesca Filannino, psicologa e psicoterapeuta barlettana, con la quale abbiamo approfonditola problematica, cercando di capire quali sono i fattori psichici che inducono le persone affette da ludopatia (ossia la dipendenza dal gioco d’azzardo inteso come un disturbo del comportamento rientrante nella categoria diagnostica dei disturbi del controllo degli impulsi. Nell'edizione di maggio 2013 del DSM il gioco d'azzardo è stato inquadrato nella categoria delle cosiddette "dipendenze comportamentali) ad abusare del “gioco” in maniera compulsiva e come tale patologia possa essere scongiurata.

  • Dottoressa Filannino, la ludopatia quali fasce d’età colpisce,quali classi sociali e qual è il livello culturale delle persone affette da tale patologia?
  • Più uomini o più donne?
  • Quali le principali cause che inducono il soggetto ad esserne colpito?
  • Dottoressa, a suo avviso, perché oggigiorno il fenomeno è cosi largamente diffuso?
  • Come può essere scongiurata la ludopatia? Quali gli interventi da mettere in atto?

Sicuramente le classi sociali ed il livello culturale delle persone sono trasversali. Gli adolescenti manifestano maggiormente forme di dipendenza da internet, ugualmente ipnotiche, ma non mi stupirebbe se il fenomeno dovesse abbassarsi riguardo alla soglia di ingresso.

Anche in questo caso, trasversali. Le donne, comunque si espongono meno ed hanno, tuttavia, una minore rappresentanza anche per effetto della struttura femminile che, tendenzialmente, sceglie altre forme di dipendenze.

Nelle dipendenze, detto molto semplicemente, il legame del soggetto con un oggetto prende il posto del legame con le persone. E’, in qualche maniera, già un trattamento del soggetto. Bisogna, allora, fare un passo indietro e comprendere perché si preferisce la dipendenza, al legame con le persone. Si scopre, solitamente, che la dipendenza è una soluzione all’angoscia dei legami: che siano troppo vicini o troppo lontani - al rischio che comportano: trattano la perdita o fanno distanza dalla vicinanza del legame. Il meccanismo è quello solito delle dipendenze: una spinta incontrollabile, un piacere ed un inevitabile down che si “cura” ripetendo il circolo vizioso.

“L’oggetto-gioco” è un compagno sempre affidabile e che non chiede nulla. Eccita il giocatore, lo spinge – Dostoevskij insegna bene quel “è più forte di me” – lo espone anche ad una perdita economica ma è sempre molto più prevedibile dell’incontro con l’altro, che lo esporrebbe invece alla possibilità, fondamentalmente, di perdere dalla vita. L’angoscia, la fatica, la stanchezza, sono tenute a bada dalle dipendenze (penso alla cocaina usata come sostanza performativa o ai giocatori d’azzardo “annoiati” dalla vita: incapaci di accettare di dover perdere qualcosa). Nei casi di ludopatie gravi, dove la dipendenza occupa tutta la scena, di vite non vissute per intenderci, le dipendenze sono alternative al vivere. Non è infrequente che, al di sotto della manifesta ludopatia, si trovino perdite di legami, separazioni non elaborate, depressioni: la dipendenza copre questo.

I sintomi si modificano col tempo, a seconda dall’assetto culturale e sociale. Se pensiamo alla nostra società capitalistica, noteremo che l’oggetto di consumo viene già presentato come il solo che può far star meglio il soggetto. Ma questo oggetto – penso alla droga, ai nuovi giochi che il mercato propone illimitatamente, ecc. - non è mai quello che soddisfa, veramente. Anzi, produce sempre nuovi vuoti, continuamente, e gli oggetti, sempre più rapidamente, perdono il loro fascino, sostenendo l’illusione che la soddisfazione sia sempre nel nuovo. Anche nei rapporti fra gli esseri umani, a volte. E questa tendenza solitamente non solo non riempie ma, anzi, svuota di più! Così tendenzialmente dipendenti da oggetti, da legami con partner inumani, da preferire ciò alla relazione con un soggetto - perché più complicata: l’altro chiede, desidera, non lo si controlla mai del tutto, crea spazi vuoti, può abbandonarci; pur essendo fonte di attrazione, genera grande inquietudine. La dipendenza, allora, dona l’illusione del controllo e blinda il soggetto da ogni forma di relazione – se non con l’oggetto da cui dipendono.

Peraltro è possibile anche fare una riflessione sul rapporto con la velocità: l’impossibilità di tollerare l’attesa presente nelle dipendenze – altra grande caratteristica contemporanea. Si gioca ovunque, in maniera velocissima; il “tutto e subito” e tutto è a disposizione. Ma il niente è quel che resta – a ben guardare. Esiste indubbiamente, nella nostra epoca, una fatica soggettiva a desiderare: si ha tutto, tutto presto e non c’è un tempo per desiderare. Anche educativamente, raramente si educano i nostri figli a desiderare. Tutto arriva troppo presto e anche prima, a volte, per non dire in eccesso. Il vuoto, allora, è facile da riempire con le dipendenze.

La dipendenza non è un sintomo perché non mette al lavoro il soggetto; come dicevamo è un trattamento, è, in qualche modo, per il soggetto, la soluzione. Spesso angoscia le persone che gli sono intorno (anche ragionevolmente perché si perdono ingenti somme) e sono quelle a chiedere aiuto. Ma chiedere aiuto è un primo passo. Noi non siamo pedagoghi o predicatori né facciamo appello ai buoni propositi del paziente: siamo testimoni e mettiamo insieme i pezzi. Con la parola e senza autorevolezza. A volte basta la relazione transferale a staccare il soggetto dall’oggetto. Spesso è necessaria anche la collaborazione con psichiatri. A volte, in casi molto gravi, è indispensabile la comunità.


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